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Internazionalizzazione: sfruttare la globalizzazione per crescere o per lo start-up
di Luigi Orsi Carbone in Idee e imprenditorialità 29/10/2007

Due possono essere le modalità principali di "internazionalizzazione" per  un’azienda:
1. light/tattica, dove tutte le attività del business system restano ancora localizzate in un solo paese. E’ simile ai processi di internazionalizzazione fatta negli anni anni ’70 dagli imprenditori nostrani che valigetta alla mano giravano il mondo per far conoscere e vendere i propri prodotti/cataloghi. In questo caso si internazionalizzano quasi prevalentemente una/due attività es.

- gli acquisti/sourcing componenti

- la promozione/vendita

- sito web/blog in più lingue e localizzato

- partnership con canali locali

- pr locale

- blogging/viralità

Oggi Internet ha reso questa strategia immediata e a costi bassissimi ed ha reso i mercati locali più facilmente penetrabili (almeno per certi prodotti/servizi) senza avere controllo dei canali tradizionali.

Come esempio mi viene in mente FON che dopo sei mesi da start up aveva già lanciato il suo servizio su tre continenti (USA, Europa e Asia)/una molteplicità di Paesi simultaneamente semplicemente personalizzando/clonando il sito web, aprendo blogs locali, attivando partnership con canali locali, pro/bloggers,…


l’azienda intesa da un punto di vista organizzativo e del suo personale, è ancora una e tipicamente resta ubicata dove vive il fondatore. Può esserci la necessità di avere un’altra sede all’estero ma non è detto. Questa strategia di internazionalizzazione "light" è tipica nelle primissime fase di start up e consente di minimizzare il rischio di defocalizzarsi, di perdere il controllo, di avere una minore reattività ai cambiamenti. Il rischio però è di non essere competitivi rispetto ai competitor che sfruttano meglio i vantaggi comparati, soprattutto nei settori tecnologici avanzati es. high-tech dove ottenere ad es. una qualche visibilità su mercato USA può essere cruciale anche in fase early stage

2. strategica, o come avete ben definito "a geometria variabile" dove l’imprenditore, settore per settore, ripensa a tutte le attività del proprio business system decidendo di localizzare una o + e lo fa in quei paesi dove esiste un vantaggio comparato es.

- legale/fiscale in UK/Olanda

- design/R&D/marketing in Italia

- produzione in Cina

- finanza/business devlopment/commerciale USA in Silicon Valley

- presenza indiretta con sito web: continente a, b, c

-….

L’azienda da un punto di vista organizzativo del personale apre più sedi organizzative all’estero. In questa ottica diventa irrilevante dove si ha la sede principale l’azienda (se non per motivi legali/fiscali) che quindi potrebbe restare benissimo anche in un Paese svantaggiato, come l’Italia, senza impattare troppo la capicità di competere dell’impresa.

Questa strategia di internazionalizzazione diventa obbligata quando l’impresa inizia a crescere per linee esterne/acquisizioni a livello internazionale ed esistono evidenti sinergie d’integrazione.

Gli skill set degli imprenditori di aziende che internazionalizzano sono diversi a seconda della strategia scelta:

- la prima più light potrebbe anche essere implementata anche da chi non conosce troppo le lingue, non ha vissuto ed avuto esperienze personali dirette all’estero…

- la seconda richiede invece all’imprenditore una più forte vocazione internazionale, l’aver maturato esperienze precedenti (anche in ambito formative) all’estero, il possedere e poter far leva su di un network internazionale per accelerare favorire/entrata in un paese, disponibilità a vivere all’estero per periodi lunghi,…

Ovviamente l’internazionalizzazione diventa più semplice se l’azienda è già avviata e dispone già di un team manageriale magari in parte già all’estero.

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